La transizione a binario unico: come l’Europa ha spostato il baricentro dell’auto verso la Cina
I numeri della crisi tedesca sono ormai difficili da ignorare. Con il piano approvato a settembre 2026, Volkswagen arriva a tagliare 100mila posti di lavoro entro il 2030: 50mila erano già previsti, altri 50mila si sono aggiunti ora. BMW ne eliminerà 8.000 entro il 2027, il 5% del totale, per risparmiare un miliardo di euro. Da Mercedes-Benz sono già uscite circa 5.500 persone aderendo al programma di buonuscite volontarie, e in parallelo l'azienda ha chiesto ai lavoratori tedeschi di passare da 35 a 40 ore settimanali a parità di stipendio — proposta respinta da IG Metall. Porsche ha annunciato a luglio 2026 altri 5.000 tagli entro il 2035, Audi 7.500 in Germania entro il 2029. Ma ridurre tutto questo a una crisi industriale tedesca è un errore di prospettiva. Quello che sta succedendo a Wolfsburg è il sintomo di una scelta strategica europea, non solo tedesca, che si è rivelata quantomeno miope.
Ivan Invernizzi

Una transizione a binario unico
Per anni, governi e case automobilistiche europee hanno impostato la transizione ecologica del settore automotive come un percorso quasi esclusivamente elettrico, accantonando altre strade tecnologicamente percorribili. Una scelta che ha prodotto due effetti concreti: primo, ha spostato il baricentro competitivo dal motore termico — dove l'ingegneria europea aveva un secolo di vantaggio — al software e alla chimica delle batterie, terreni su cui i costruttori del Vecchio Continente sono partiti in ritardo; secondo, ha reso strategico l'accesso alle terre rare.
E qui vale la pena essere precisi, perché il modo in cui si racconta il dominio cinese è spesso impreciso. Sulle riserve minerarie la Cina pesa per circa il 48% secondo l'US Geological Survey: molto, ma non insuperabile, e altri Paesi hanno riserve rilevanti. Sull'estrazione siamo già al 69% della produzione mondiale. È però sulla raffinazione e separazione che si gioca la partita vera: lì la Cina lavora circa il 90% delle terre rare del pianeta. È quella la leva negoziale, ed è la più difficile da neutralizzare: una miniera si apre altrove, un impianto di separazione richiede anni, competenze specialistiche e autorizzazioni ambientali che l'Europa non ha ancora messo in conto fino in fondo.
Non era un'onda imprevedibile. Era un rischio identificabile con chiarezza già nel momento in cui la strategia veniva scritta, e che l'industria europea ha scelto — o non ha voluto — prezzare.
Il conto: quote di mercato e velocità
I risultati si vedono nei dati. Nella prima metà del 2026 le vendite in Cina sono calate del 25,9% per Volkswagen, del 28% per Mercedes-Benz, del 20,4% per BMW — e per il gruppo VW il crollo sull'elettrico in quel mercato ha sfiorato il 48%. Parliamo di un Paese che nel 2019 valeva da solo 4,23 milioni di veicoli consegnati dal gruppo Volkswagen, quasi il 39% delle consegne mondiali. Non è un caso isolato: per decenni i produttori tedeschi hanno dovuto aprire joint venture con partner cinesi per accedere a quel mercato, e quelle stesse joint venture hanno finito per trasferire competenze industriali e tecnologiche ai partner locali, oggi concorrenti diretti.
Il divario più difficile da colmare, però, non è di prezzo: è di velocità. Un costruttore cinese porta oggi un modello nuovo dalla carta alla strada in circa due anni, contro i tre-cinque anni del ciclo di sviluppo occidentale tradizionale. Non è un dato teorico: quando Renault ha voluto sviluppare la nuova Twingo elettrica in tempi cinesi, lo ha fatto in Cina, in 21 mesi; la Volkswagen ID. UNYX 08 nata con Xpeng ne ha richiesti 24. Marchi come BYD, Geely e Leapmotor esportano intanto in Europa veicoli elettrici competitivi per qualità e prezzo, con quel vantaggio di ritmo già incorporato.
L'Italia non è più uno spettatore
Il fenomeno che si osserva a livello macro si vede ormai anche nel nostro mercato: Chery ha annunciato l'ingresso diretto in Italia con il proprio marchio principale — dopo il successo di Omoda & Jaecoo — con una gamma costruita su motorizzazioni ibride e NEV, e altri marchi del gruppo (Lepas, iCAUR) sono già in calendario per il 2026-2027. BYD prosegue parallelamente la propria espansione nel canale retail. La velocità con cui questi brand costruiscono rete commerciale e riconoscibilità in un mercato storicamente presidiato da pochi player consolidati è un segnale che chi lavora nell'after-sales e nella garanzia non può permettersi di ignorare.
Dazi, alleanze e un rischio da non sottovalutare
La risposta europea, fatta principalmente di dazi sulle auto elettriche cinesi, contiene la concorrenza sul prezzo ma scarica il costo sul consumatore finale, rallentando proprio la transizione che si voleva accelerare. Nel frattempo diversi gruppi industriali europei stanno scegliendo la strada opposta: alleanze tecnologiche e partecipazioni in aziende cinesi, come mostra proprio il caso della Volkswagen ID. UNYX 08 sviluppata con Xpeng. Una strategia che può portare respiro nel breve periodo, ma che rischia di consolidare una dipendenza tecnologica su batterie e software, proprio i due ambiti dove si gioca il valore dell'auto elettrica.
La lettura da operatore del settore
Da chi si occupa quotidianamente di garanzie estese e post-vendita su veicoli e macchine industriali, l'elemento che interessa di più non è la disputa geopolitica in sé, ma la sua ricaduta operativa: reti di assistenza da riorganizzare attorno a nuovi player, standard di componentistica e di garanzia che cambiano con l'arrivo di marchi che seguono logiche industriali diverse, e una domanda di affidabilità del servizio post-vendita che, paradossalmente, cresce proprio quando il mercato si affolla di nuovi nomi che i clienti ancora non conoscono a fondo. La partita europea sull'auto elettrica si è complicata per scelte strategiche di alcuni anni fa; quella su chi garantirà affidabilità e assistenza a chi guida queste auto è ancora tutta da giocare.

Ivan Invernizzi
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